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13 Settembre 2019

Religioni d'oriente in Emilia-Romagna

Rappresentano “solo” il 6% della popolazione straniera lungo la via Emilia, eppure sono un mosaico interessante e cosmopolita in forte crescita, che avvicinano l’Emilia-Romagna al mondo, contribuendo a fare della nostra una delle regioni più pluraliste dal punto di vista religioso in Italia.

Risiedono soprattutto a Reggio Emilia, Modena e Bologna. Sono notevolmente integrati nel tessuto regionale, hanno edifici di culto edificati stabilmente da tempo e le loro filosofie religiose sono attraenti anche per i cittadini italiani. Stiamo parlando degli oltre 32.000 immigrati in Emilia-Romagna che professano religioni orientali come buddhismo, induismo, sikhismo. Il dato emerge da “Religioni orientali in Emilia-Romagna”, ricerca-pubblicazione realizzata dall’Assemblea legislativa regionale dell’Emilia-Romagna in collaborazione con il DiSCi dell’Università di Bologna e il GRIS con l’Osservatorio sul Pluralismo Religioso. “Il volume è il terzo capitolo di una peculiare e puntuale mappatura dei luoghi di culto e delle confessioni religiose tra il Po e l’Adriatico che abbiamo realizzato insieme all’Ateneo di Bologna e all’Osservatorio sul Pluralismo Religioso: dopo le religioni monoteiste ci è sembrato giusto estendere l’attenzione anche a fedeli di religioni orientali, stranieri o italiani che siano”, spiega Simonetta Saliera, Presidente dell’Assemblea legislativa regionale dell’Emilia-Romagna, che ricorda come “ricerche e pubblicazioni come queste servono a conoscersi meglio, a superare stereotipi e luoghi comuni e a rispettarsi reciprocamente”. Nella mappatura degli stranieri residenti in Regione circa il 6% di fedeli orientali (buddhisti 3,2%, induisti 1,3% sikh 1,5%) si affianca alle due grandi “corazzate della fede”: cristiani (53% del totale, in maggioranza ortodossi) e musulmani (33,4%) e rappresentano un mondo molto variegato, multiforme e di grande attrattività: soprattutto per quanto riguarda buddhismo e induismo si segnala un significativo numero di cittadini italiani che seguono le pratiche arrivate dall’oriente o, nella maggior parte dei casi, le affiancano alla loro religione di nascita. Scorrendo le varie confessioni orientali si scopre che la più radicata e culturalmente marcata è quella dei Sikh. Originari dell’India, i Sikh in Italia sono 100.000, di cui 10.000 in Emilia-Romagna, regione seconda solo alla Lombardia (che ne ospita 33.000). Residenti soprattutto nella provincia di Reggio Emilia, i Sikh emiliano-romagnoli sono ormai un tassello stabile e radicato della comunità regionale, tanto che tra Rimini e Piacenza ci sono ben sette Gurdwara, i loro tradizionali templi. Un numero molto alto considerato che nessun’altra regione italiana ne ha una quantità così elevata e soprattutto che si tratta dello stesso numero di luoghi di culto Sikh presenti in Lombardia, regione che conta però tre volte tanto il numero di fedeli rispetto all’Emilia-Romagna. Più complessa, invece, la situazione degli induisti: sono appena 7.400 tra gli stranieri, ma il numero lievita di molto se si tengono in conto gli italiani affascinati dall’oriente che hanno deciso di professare queste filosofie religiose anche attraverso pratiche come lo yoga o altre forme di meditazione orientale. Gli stranieri induisti sono numericamente bassi, ma di sicuro radicati nel territorio tanto che l’Emilia-Romagna ospita tre templi (Novellara, Polesine Parmense e Reggio Emilia). Discorso analogo può essere fatto per i buddihsti: radicati e in crescita non solo nei tradizionali gruppi etnici, ma con una grande ascendente sugli italiani tanto che, secondo alcune stime, la maggior parte dei buddhisti sarebbero italiani. Un capitolo a parte e molto dettagliato della ricerca riguarda i cinesi e il loro rapporto con la fede: dei 30.400 residenti in Emilia-Romagna, il 52,2% si dichiara ateo, il 21,9% dice di professare religioni popolari, il 18,2% è buddhista, il 5,1% è cristiano (di cui il 4,4% protestante), mentre solo l’1,8% è musulmano. Quando si passa dai dati quantitativi a quelli qualitativi si scopre che mentre le relazioni tra le comunità cinesi cattoliche e quelle cinesi buddhiste (e tra queste due e il resto dell’Emilia-Romagna) sono molto forti, le comunità cinesi di fede protestante sono più introverse e non hanno grandi rapporti con l’esterno e con gli altri cinesi. Di grande interesse anche il rapporto con le festività religiose tradizionali: l’unica festività celebrata da tutti i fedeli è il Capodanno cinese, peccato che spesso cambi data rispetto al reale calendario e venga festeggiata in concomitanza con il Natale o il Capodanno cristiano. Motivo? Molto semplicemente il Capodanno cinese “cade” spesso in un giorno infrasettimanale. “Accorparlo” con festività riconosciute come giorni di riposo dalla legislazione sul lavoro italiana permette di trascorrerlo in famiglia anche dovendo fare il sacrificio di “cambiare giorno” rispetto a quella che è la tradizione. Il volume “Religioni orientali in Emilia-Romagna”, oltre che in convegni pubblici organizzati dall’Università di Bologna, sarà oggetto di studio per gli studenti del DiSCi-Dipartimento di Storia, Cultura e civiltà dell’Alma Mater.

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