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14 Novembre 2017

Autonomi, ma precari: così i giovani hanno reagito alla "grande crisi" del 2008

Autonomi e precari. La crisi post 2008 ha picchiato duro anche lungo la via Emilia e la risposta dei giovani emiliano-romagnoli è stata la riscoperta del lavoro autonomo.

Posto fisso addio, dunque per far fronte a spread, precarietà e tagli alla spesa pubblica i cui effetti si sono fatti sentire anche nel settore privato alla voce “meno investimenti”. La (ri)scoperta del rischio di impresa non è una novità lungo la via Emilia: anche nell’Italia degli anni ’50 che tra le macerie della guerra si affacciava al benessere del boom furono tanti gli emiliano-romagnoli che rischiarono in proprio e “aprirono bottega”. Ma nell’Italia del secondo decennio del nuovo millennio, il “rischio di impresa” non è voglia di guadagnare di più, ma l’ultima zattera a cui si aggrappa una generazione che, raccontano da anni Istat e Censis, ha meno benessere, meno diritti e meno aspettative dei loro genitori e loro nonni. Il profilo dei “giovani autonomi poveri” emerge dalla ricerca su giovani e lavori realizzati dal team dei ricercatori coordinati dai professori Stefano Zurla e Rosella Rettaroli che, in collaborazione con l’Assemblea legislativa regionale dell’Emilia-Romagna hanno realizzato il volume “Giovani occupazione e lavoro autonomo in Emilia-Romagna” pubblicato da viale Aldo Moro per i tipi de “il filo d’Europa” e che è stato presentato oggi in Regione alla presenza degli autori (oltre a Zurla e Rettaroli, Nicola De Luigi, Alessandro Martelli, Ilaria Pitti, Francesco Tosi e Stella Volturo), del Direttore generale dell’Assemblea Leonardo Draghetti e della Presidente dell’Assemblea legislativa regionale dell’Emilia-Romagna Simonetta Saliera che ha ricordato come “non ci dobbiamo mai dimenticare che il lavoro è prima di tutto dignità della persona umana e che non sono più accettabili forme di sfruttamento e di precarietà che colpiscono tutta la nostra comunità”. I dati della ricerca Scorrendo i numeri del volume si scopre che anche in Emilia-Romagna, da sempre alla guida delle classifiche territoriali su benessere e reddito pro-capite, i trend di occupazione, disoccupazione e inattività hanno messo in luce una fragilità comunque presente nel tessuto economico e sociale regionale, sebbene meno critica se comparata a quella di altre zone del Paese. In generale, gli uomini sono risultati più vulnerabili alla crisi rispetto alla controparte femminile. Quanto all’aspetto generazionale, soprattutto i giovani tra i 15 e i 24 anni hanno risentito maggiormente della difficoltà economica e sono stati più consistentemente esposti ad una perdita di certezze. Il tasso di disoccupazione per la classe 15-24 anni si attesta oggi sul 22%, una proporzione sensibilmente più elevata rispetto a quella della fascia 15-34 anni (pari al 12.8%) e a quella dell’intera popolazione in età da lavoro (pari al 7.1%). L’evoluzione dei tassi per genere sottolinea un trend in aumento per entrambi i gruppi tra i più giovani (15-24 anni) e un divaricarsi dei differenziali per i 25-34enni più penalizzante per la componente femminile. I maschi di 15-24 anni, d’altro canto, hanno vissuto un peggioramento dell’occupazione relativamente più rapido e intenso rispetto alle loro coetanee. L’analisi sul gruppo NEET, giovani che non studiano e non lavorano, fornisce interessanti punti di vista su una nicchia di popolazione che resta, spesso involontariamente, ai margini della vita economica e sociale attiva del paese. I NEET, che oggi ammontano al 16.7% della popolazione regionale di 15-34 anni, sono per lo più giovani adulti intorno ai 30 anni in cerca di occupazione, con titoli di studio medio-alti – anche universitari – e nuclei familiari propri. Anche per questo indicatore, in termini comparativi, la regione Emilia-Romagna si posiziona tra le aree meno critiche a livello nazionale; tuttavia, è importante rilevare che il numero dei giovani che non studiano e non lavorano è quasi raddoppiato tra il 2004 e il 2014: un incremento regionale di 73 000 unità che porta la popolazione da 15 a 34 anni NEET da più di 93 000 nel 2004 a oltre 166 000 nel 2014, cifre che in termini relativi risultano superiori a quanto sperimentato dall’intera ripartizione territoriale. Il crollo consistente del numero di giovani NEET tra il 2014 e il 2016, di più di 20 000 unità, lascia ben sperare, purché siano attuate oltre a politiche di sostegno all’occupazione giovanile, anche azioni per incentivare i giovani alla partecipazione attiva nell’ambito della formazione. Sono gli uomini che in questi anni tendono maggiormente ad incrementare la categoria NEET nelle classi di età più giovani, tra i 15 e i 24 anni, mentre nel caso delle donne la maggiore consistenza è collocata nelle classi di età più adulte, tra i 25 e i 34 anni. Una quota più o meno consistente di questa popolazione può essere legata all’immigrazione, che in regione ha i caratteri di un’entità molto marcata. È quindi necessario indagare in maniera approfondita sulle specificità dei NEET anche in termini di provenienza geografica poiché, dati la stazionarietà e il livello di invecchiamento della popolazione regionale, i pochi giovani e le giovani donne rivestono un ruolo fondamentale sia sull’evoluzione del capitale sociale che sulle capacità di ripresa economica e demografica regionale. Infine, anche le statistiche sull’occupazione indipendente mostrano cedimenti. Esse documentano una riduzione consistente dei volumi del lavoro autonomo. Il calo è iniziato prima della crisi economica. Tra il 2004 e il 2016, gli indipendenti in Emilia-Romagna sono diminuiti più che proporzionalmente rispetto ai lavoratori dipendenti soprattutto nei periodi in cui la crisi ha maggiormente colpito. Oggi, infatti, i lavoratori indipendenti in regione sono pari a circa 475 000 unità (70 664 – il 15% del totale – tra i 15 e i 34 anni), a fronte di 554 833 unità nel 2004 (143 157 tra i 15 e i 34 anni, il 25% del totale). La quota dei giovani stranieri che svolgono questo tipo di lavoro non è indifferente e i livelli più consistenti si rintracciano proprio tra i giovani di 15-34 anni. Cospicua, ma comunque minoritaria, è la presenza femminile, più slegata da aspetti di età. Il capitale umano legato a questo settore di attività economica è consistente e la presenza di titoli di studio relativamente più elevati rispetto al lavoro dipendente, a parità di età, è un segnale assolutamente positivo che va incentivato e salvaguardato. Forte la presenza di giovani laureati, mentre l’unica categoria professionale autonoma che sembra resistere e sopravvivere alla recessione è quella dei liberi professionisti. I risultati di un approfondimento qualitativo di carattere esplorativo, condotto nel corso del 2016 tra i giovani lavoratori autonomi della regione Emilia-Romagna, consentono di cogliere aspetti e dimensioni peculiari dell’esperienza giovanile nel lavoro indipendente. Oltre 50 giovani attivi in diverse aree territoriali della regione e occupati in differenti settori di attività hanno contribuito allo studio, ‘raccontando’ – nel corso di interviste mirate a ricostruire le loro storie di vita professionale – le ragioni che li hanno spinti a scegliere di diventare lavoratori autonomi, gli eventi che hanno distinto il loro peculiare percorso lavorativo, gli attori che sono intervenuti in questa esperienza e le loro attuali condizioni di vita e di lavoro. Le interviste realizzate hanno permesso di evidenziare come alcune dinamiche e alcuni fattori giochino un ruolo trasversalmente rilevante sui percorsi professionali dei giovani lavoratori autonomi emiliano-romagnoli e meritino quindi attenzione sul piano delle policies. Con particolare riferimento all’analisi delle motivazioni che spingono i giovani verso il lavoro autonomo, è stata elaborata una tipologia di percorsi verso il lavoro indipendente. In questa tipologia, accanto al lavoratore autonomo per necessità – spinto cioè verso il lavoro indipendente dall’assenza di alternative accessibili nell’ambito del mercato del lavoro dipendente – e al lavoratore autonomo per opportunità – in grado cioè di cogliere un’opportunità emergente, si sono collocate le storie dei lavoratori autonomi per indole – che trovano cioè nel lavoro autonomo una forma di organizzazione del lavoro compatibile con le proprie innate specificità caratteriali, il lavoratore autonomo per vocazione professionale – che attraverso il lavoro autonomo insegue il mestiere dei propri sogni, il lavoratore autonomo per caso – che si ritrova nella posizione autonoma a seguito di una serie di eventi descritti come fortuiti e imprevisti. I profili sottolineano come il lavoro autonomo costituisca una scelta motivata da ragioni particolarmente differenziate ed evidenziano come tale scelta – affinché possa essere colta e si riveli materialmente e cognitivamente sostenibile – debba combinarsi con fattori e opzioni favorevoli rintracciabili nel proprio milieu e nelle condizioni di contesto. Il materiale raccolto ha consentito di rilevare come avviene il passaggio dal lavoro dipendente a quello autonomo, l’apertura e la capacità di supporto delle reti relazionali del soggetto, le opportunità e i processi di acquisizione delle capacità e delle competenze professionali, la ricettività del contesto locale e dei suoi attori istituzionali. In sintesi, le sfide trasversali che i giovani lavoratori autonomi emiliano-romagnoli devono fronteggiare si concentrano primariamente su tre piani: quello dell’acquisizione delle competenze e capacità professionali, quello economico-finanziario e quello della protezione sociale. Relativamente al primo aspetto, le storie dei giovani intervistati mostrano come tanto il sistema educativo formale quanto l’offerta formativa ad opera di attori del mondo associativo di categoria o di altri enti del settore privato, spesso non riescano a trasmettere a pieno ai giovani le competenze necessarie ad affrontare le sfide che il lavoro autonomo propone, soprattutto per quanto concerne aspetti di ordine gestionale e finanziario. Sul piano economico-finanziario, la difficoltà di accesso al credito vincola particolarmente i progetti imprenditoriali dei giovani lavoratori autonomi sia in fase iniziale che in una fase successiva di espansione e consolidamento. In tal senso occorre pensare ad un rafforzamento del sistema degli incentivi che incoraggi ad investire in progetti di imprenditorialità giovanile. Entrambe le questioni richiamate, ovvero il tema dei fabbisogni educativi e l’accesso al credito per l’avvio ed il consolidamento di un’attività autonoma rientrano nella più ampia cornice delle politiche di promozione e supporto dell’imprenditorialità giovanile. Risulta evidente una criticità relativa al sistema complessivo di tali politiche che, oltre ad essere frammentate e talvolta dispersive, sono altamente selettive a vantaggio di profili di giovani altamente qualificati e operanti in settori votati all’innovazione tecnologica. In tal senso, occorre ridisegnare un sistema di politiche che tenga maggiormente conto di coloro che operano anche in altri settori dell’economia e che non presentano alti titoli di studio, appartenendo con maggiori probabilità a classi sociali più svantaggiate. Infine, anche sul piano della protezione sociale la ricerca condotta mette in luce una pluralità di bisogni ai quali prestare attenzione e rispondere in maniera coerente e puntuale. Tra gli ambiti in cui i giovani intervistati dichiarano di incontrare maggiori difficoltà vi è certamente quello della conciliazione tra vita professionale e privata. A questo proposito risulta fondamentale il ruolo delle politiche di conciliazione e di cura che, seppure ben consolidate in Emilia-Romagna, necessitano di un ripensamento per meglio incontrare i bisogni di coloro che, ad esempio, esprimono una richiesta di maggiore flessibilità oraria dei servizi di cura o di tariffe agevolate in considerazione dell’intermittenza dei redditi, tipica di chi ha appena avviato un’attività autonoma. L’approfondimento empirico realizzato ha costituito, tra le altre cose, un osservatorio dal quale si è potuto vedere come i giovani intervistati si pongono di fronte alle difficoltà poste in essere dalle condizioni di vita e di lavoro. È evidente l’interiorizzazione di una retorica che fa leva sulle qualità individuali, sulle proprie capacità e sul senso di auto-efficacia nel fronteggiare sfide e difficoltà. Tuttavia, a differenza di quanto registrato in passato per i lavoratori autonomi, sembrerebbe farsi strada, la ricerca di una dimensione collettiva che sta trovando espressione in forme associative di rappresentanza.

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