Interventi

22 Ottobre 2011

La dignità della donna nell’era della crisi

“La dignità della donna nell’era della crisi”

 

Congresso nazionale dell’Udi a Bologna

Saluto di Simonetta Saliera

 Vicepresidente della Regione Emilia-Romagna

 

 

Buongiorno a tutti, vi porto i saluti della Regione Emilia-Romagna e del Presidente Vasco Errani, sono contenta di intervenire ai lavori del XV Congresso dell’Udi: un appuntamento che cade in un periodo di grande difficoltà, delicato, per la vita del nostro Paese.

È un momento di profonda crisi culturale, sociale, politica, oltre che economica. Un momento anche di profondi cambiamenti. Cambiamenti a volte anche epocali. Raramente, di questi tempi, positivi. Non solo. L’immigrazione,  l’emergere sulla scena mondiale di nuovi paesi, di nuove istanze di diritti, cittadinanza, opportunità, come le donne dell’Udi nella rilettura del loro acronimo (da Unione donne italiane e Unione donne in Italia) hanno saputo perfettamente cogliere. Non solo gli sconvolgimenti che stanno rivoluzionando un mercato del lavoro che in Italia e in tutto il mondo appare sempre più precario, atipico, parcellizzato. Non solo la crisi dei tradizionali modelli di stato sociale e la stessa difficoltà di continuare a dare le stesse risposte, nelle stesse forme del passato. Ma, anche, sullo sfondo e insieme a tutto questo: la globalizzazione, la delocalizzazione, la crisi economica e finanziaria mondiale. Si tratta di sfide nuove, che dobbiamo affrontare e riuscire a vincere anche innovando, anche cambiando i nostri strumenti, ma mai dimenticando i nostri valori di giustizia sociale, di libertà, di difesa e diffusione dei diritti civili e sociali. Siamo in un mondo che cambia rapidamente, che è già cambiato rapidamente, che vive delle contraddizioni e delle discriminazioni. Come sempre nella nostra storia lavorativa, alle donne viene chiesto di farsi carico sia del proprio lavoro, sia dell’impegno per fornire welfare alla propria famiglia e alla società più in generale. La crisi economica, che ha dilaniato le nostre società, ha messo in crisi diritti fondamentali, certezze assodate, prospettive di benessere che davamo per acquisite. Nel dibattito di questi giorni, dopo averla negata, la crisi economica diventa il paravento per ridurre gli spazi dei diritti civili e di libertà, per fare di tutta l’erba un fascio e ridurre il diritto alla protesta e all’indignazione. È un quadro drammatico. In Italia reso ancora più difficile per la oggettiva innegabile paralisi di una classe di governo che dimostra ogni giorno di più la totale assenza di un progetto, di una visione. Non si tratta solo degli stili di vita di uomini di governo e di potere, dell’uso disinvolto delle istituzioni a fini personali, del disprezzo del Paese, dei suoi drammi, della sua spaccatura sempre più evidente tra ricchi e poveri, tra sommersi e salvati. Manca una programmazione! Non si vuole guardare al futuro perché troppo impegnati a rincorrere l’ultimo sondaggio, a dire ai cittadini quello che si pensa si vogliano sentir dire. A cercare sistematicamente un capro espiatorio per non vedere le reali dimensioni della crisi, i veri problemi, le vere e necessarie scelte, anche radicali, da fare per assicurare un futuro a tutti noi, non più soltanto ai giovani.
Alla negazione della possibilità di aspirazione realizzazione di se. Ciononostante non possiamo limitarci alla denuncia. La politica e le istituzioni non devono abnegare al proprio ruolo di programmazione, di calmierazione delle differenze, di impegno per ridurre la disuguaglianza materiale e civile tra le persone. Su questo la Regione Emilia-Romagna terrà botta. Stiamo lavorando al più difficile bilancio regionale da quando esistono le Regioni. Il governo centrale, in due anni, ha tolto alle Regioni la totalità dei trasferimenti previsti per legge per assicurare servizi essenziali per la vita dei cittadini: scuola, formazione, servizi sociali, fondo per la non autosufficienza, trasporti pubblici locali, sicurezza, sostegno al lavoro e alle imprese. Le manovre economiche degli ultimi due anni pesano per oltre il 50% sul sistema delle autonomie benché Regioni, Comuni, Province producano solo il 5% del debito pubblico nazionale, lasciando allo Stato centrale (il governo) la produzione del restante 95%!
Nel 2011 la Regione Emilia-Romagna si è vista sottrarre oltre 300 milioni di euro, per il 2012 il conto si annuncia ancora più salato: tra ulteriori minori trasferimenti e restrizioni al patto di stabilità siamo nell’ordine dei 500 milioni di euro. Per questo la Regione si dà l’obiettivo di confermare, nel Bilancio 2011, tutte le quote di propria competenza per quanto riguarda il welfare, il fondo per non autosufficienza, i servizi socio-sanitari e il trasporto pubblico locale. Non si tratta, però, di un’azione sostitutiva rispetto allo Stato perché Comuni e Province, che pure potranno contare sulle risorse della Regione, dovranno però fare i conti con l’azzeramento dello risorse cancellate dal Governo.

 

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