Interventi

25 Aprile 2011

25 aprile 2011, Noi vogliamo ricordare

25 aprile 2011, noi vogliamo ricordare
 

Piazza Nettuno - 25 aprile 2011

Intervento di Simonetta Saliera

Vicepresidente della Regione Emilia-Romagna

 

 

 

Signore e Signori della Presidenza del Comitato Provinciale della Resistenza e della Lotta di Liberazione

 

Partigiani

 

Autorità militari, civili e religiose,

 

Cittadinanza bolognese,

 

            ho accolto con trepidazione e un po’ di timore l’invito del presidente dell’Anpi William Lino Michelini a celebrare il 66esimo Anniversario della Liberazione in questa Piazza, di fronte a questo sacrario.

 

 

Con trepidazione per l’occasione che mi è stata offerta.

 

Con un po’ di timore per il grande rispetto che provo per tutto ciò che Bologna è oggi diventata e per tutto ciò che ha rappresentato in quella tremenda stagione che ha portato l’Italia ad essere un Paese libero e al suo ingresso nel mondo delle Nazioni civili e democratiche.

 

 

Una democrazia sancita da una Costituzione che non poteva dimenticare i milioni di morti, il rivolgimento radicale del mondo, il tramonto delle grandi culture europee, le deportazioni, il razzismo, lo sterminio di massa, la necessità e l’aspirazione di nuove forme di solidarietà e la messa al bando della guerra.

 

Una Costituzione nata dalla Resistenza e dalla guerra di Liberazione, dal ricordo dei propri deportati, dei propri partigiani, dei propri militari uniti tutti nel non volere più né fascismo né nazismo, a costo della propria vita, a costo delle stragi e delle barbare rappresaglie naziste.

 

È su questa scelta che si basa l’identità dell’Italia libera.

 

Ed è per questo che si può realmente parlare di valori fondanti.

 

Dire perciò che la Costituzione nasce dalla Resistenza non è un espediente retorico, né una frase fatta, ma il semplice riconoscimento della realtà.

 

Così come è il semplice riconoscimento della realtà ricordare come il movimento di Liberazione ebbe un carattere corale e si alleò a quell’unione mondiale di forze che sconfisse definitivamente il nazismo e portò l’Italia a vivere con pieno diritto nell’epoca del dopo Auschwitz, del dopo Dachau, del dopo Fossoli, come ebbe a scrivere il partigiano ed amico Francesco Berti Arnoaldi Veli.

 

Quell’alleanza è durata lo spazio di una breve stagione, ma fu sufficiente perché potessero sopravvivere in Italia le ragioni irriducibili della libertà sulle macerie d’Europa e dopo che gli ultimi camini dei campi di sterminio avevano finito di fumare.

 

Una Costituzione che seppe prevalere su quegli eventi di immani proporzioni e sulle forti diversità ideologiche in cui si contrapponevano le varie forze politiche, tanto che tutti furono spinti, al di là di ogni interesse e strategia particolari, a ricercare nella Carta fondamentale per la convivenza, una convergenza ragionevole ed equa in cui ogni cittadino si potesse riconoscere.

 

Per questo si può ben affermare che la Costituzione italiana è nata da quel crogiuolo di idee, di contrasti, di diversità, di emozioni tali da darle l’impronta di una Carta dallo spirito universale ed in qualche modo extratemporale.

 

Una Costituzione in cui, per il volere di un’Assemblea Costituente, eletta anche con il voto delle donne, nella saggezza di chi aveva conosciuto, subito, combattuto e contribuito a sconfiggere la dittatura e l’occupazione nazista, sono stati incardinati gli anticorpi indispensabili per impedire sgangherati o sofisticati tentativi di ritorno ad un delirante passato.

 

Mi riferisco, in particolare alla divisione, autonomia ed indipendenza dei tre fondamentali poteri dello Stato.

 

Potere legislativo, potere esecutivo, potere giudiziario.

 

Negli ultimi anni c’è stato chi più o meno ostentatamente non era presente alle celebrazioni del 25 aprile o ne è rimasto ai margini.

 

Così come c’è stato chi ha voluto sminuire se non proprio eliminare l’apporto della lotta partigiana alla nostra Liberazione ed attraverso i Cln (Comitati di Liberazione Nazionali) all’inizio della ricostruzione istituzionale democratica del nostro Paese.

 

Ma a costoro rispondono ancora una volta la semplicità e la incontestabilità dei fatti.

 

Se l’Italia non è diventata, in quegli anni, una Jugoslavia, se non ha vissuto un dopoguerra lacerante come la Grecia, se non fu smembrata come la Germania, se non subì governi militari di occupazione come il Giappone, se ha potuto scegliersi lo Stato Repubblicano e la sua Carta Costituzionale anziché vedersela imporre come il Giappone e la stessa Germania dei Lander, ci sarà pur stato un motivo, una ragione storica che ha consentito il suo realizzarsi.

 

Quasi quasi non ci si ricorda nemmeno più che questo sia avvenuto.

 

Il motivo è rappresentato dalla ricompensa dovuta a quel popolo, il cui movimento di Resistenza e ribellione all’oppressione che, fra angosce, paure, contraddizioni, trovò il coraggio di intraprendere la lotta per la propria Liberazione, per l’affermazione del diritto,  per la ritrovata speranza del prevalere della responsabilità, della saggezza, della giustizia, della politica fondata sull’etica pubblica e sulla moralità privata sia essa laica che religiosa.

 

La memoria e l’oblio non sono termini neutrali.

 

Rappresentano campi di contrasto in cui si decide, si configura e si legittima la propria identità e ciò vale in particolar modo per quella collettiva.

 

NOI VOGLIAMO RICORDARE

 

L’elisione dei ricordi traumatici, l’eliminazione dei sensi di colpa, la cancellazione dei propri comportamenti tendono ad attribuire rilevanza diversa e dare criteri omogenei alle azioni compiute.

 

Cosa questa, che non risponde né alla realtà, né alla verità.

 

Si è combattuto per la libertà.

 

Si è combattuto per la dittatura.

 

Si è combattuto per la giustizia.

 

Si è combattuto per i campi di sterminio

 

Ciò che avvenne dal 25 luglio all’8 settembre del 1943 ne fu un discrimine decisivo.

 

Di fronte alla dissoluzione del fascismo, un re balbettante destituì e fece arrestare il Capo del Governo Mussolini.

 

Nominò al suo posto il maresciallo Badoglio.

 

In quei 45 giorni pieni di ambiguità e indecisione si consentì alle armate tedesche di varcare i passi alpini ed occupare tutto il nostro Paese.

 

Hitler liberò Mussolini e lo insediò a capo della Repubblica di Salò.

 

Il re abbandonò Roma per rifugiarsi a Pescara.

 

L’Italia si divise profondamente, fisicamente e politicamente: un re, un primo ministro di nomina reale, un capo di stato di nomina hitleriana, l’esercito alleato che sbarcava in Sicilia e che cominciava la lunga guerra di risalita della nostra Penisola.

 

In quel frangente furono in molti a dover decidere con chi stare, cittadini e militari.

 

Per i militari che rifiutarono l’adesione alla Repubblica di Salò e al fascismo, ci fu la deportazione nei campi di concentramento tedeschi, ci fu la morte immediata in combattimento o per fucilazione come per la Divisione Acqui di Cefalonia, ed altri terribili esempi, ci fu la fuga ed il reclutamento fra i gruppi partigiani storici che già operavano.

 

Infine, ci fu per altri l’arruolamento nel Corpo Italiano di Liberazione aggregato alle forze mondiali alleate contro il nazifascismo.

 

Badoglio in quel momento era il legittimo e legale rappresentante dello Stato Italiano, seppur di nomina sabauda non certo neutrale verso il ventennio fascista.

 

Molti civili rifiutarono la chiamata alle armi della Repubblica di Salò, il cui capo era stato destituito da primo ministro del Governo italiano ed insediato da una potenza straniera seppur fino a qualche mese prima alleata.

 

Molti si dettero alla macchia, altri cercarono i gruppi di azione partigiana e combatterono per liberare il Paese, per una nuova Italia.

 

Molti furono fucilati come renitenti alla leva, una leva illegittima.

 

Altri aderirono e decisero di battersi al fianco dei tedeschi e di un capo fascista che non aveva più nessuna autorità istituzionale.

 

Combatterono, per scelta, a favore dell’ideologia della dittatura nazifascista.

 

È per questo che quelle scelte, ancora oggi, non possono essere poste sullo stesso piano, pur nell’umana pietà che si deve a ogni defunto.

 

Carità e pietà sì!

Giustificazionismo su uguali motivazioni morali ed ideali certamente no!

 

Senza odio, né rancore per

QUESTO VOGLIAMO RICORDARE

 

senza creazione di miti, senza demagogia, senza sollecitazioni epidermiche, senza umiliazioni.

 

Ricordare è un modo per reagire alla più pericolosa delle tendenze: quella che rimuove e nasconde la realtà.

 

 

 

Quella che sottovaluta il pericolo della dispersione, voluta e progettata, di tanti piccoli semi di senape nei campi non coltivati dalla cultura democratica.

 

Il ricordo non si limita a dare ragione ai valori della lotta partigiana (condotta dalle Brigate garibaldine, Giustizia e Libertà,  Mazzini, Matteotti, Fiamme Verdi)

 

non si limita a dare ragione alla guerra di Liberazione, alla conquista di libertà, di tolleranza, di civiltà, di scelte di campo che quei valori hanno consentito, ma, anche a riflettere, a metterci in discussione, a capire ciò che in tutti questi travagliati anni si è succeduto, a percepire il futuro.

 

Per evitare la ripetizione di autentiche paure, per evitare il riprodursi di uno sciagurato passato che la storia ha già giudicato in tutte le sue pieghe,

 

è necessario, è indispensabile questo continuo ritorno della memoria, questo continuo viaggio della mente e della ragione fra passato e presente, fra passato remoto e futuro imminente.

 

Il passato è sempre con noi, la sua sorte dipende dalla decisione del presente di rimuoverlo o di assumerlo.

 

Se la memoria individuale, sociale, collettiva non cucisse instancabilmente la successione degli avvenimenti, gli episodi della nostra vita e delle nostre genti ci apparirebbero sempre come fatti nuovi, come spettacoli mai visti, come apparizioni senza alcuna relazione fra loro, come idee mai prima sentite.

 

La mancanza di memoria cancella ogni possibilità di orizzonte, toglie il fondamento dell’attualità della nostra vita e rende possibili inammissibili affermazioni come quelle che vogliono dare fondamenta nuove ad un presente che pare non averne più di proprie.

 

Questo tentativo mi sembra sprezzante, inammissibile e politicamente primordiale.

 

Solo Dio può vivere in un eterno presente.

 

Il 25 aprile 2011 e la sua celebrazione ricorre nell’anno della festa del 150esimo Anniversario dell’Unità d’Italia.

 

Non sento odore di muffa.

 

Non sento odore di decomposizione in questi due avvenimenti.

 

Senza svolazzi storici né roboanti concetti, mi sento di affermare che entrambi sono stati momenti fondativi della nostra identità nazionale e della nostra convivenza civile.

 

Il Risorgimento come cardine e generatore dell’Unità d’Italia, come movimento culturale, rivoluzionario, di moti mazziniani, di lotte garibaldine e di guerra per il superamento di tanti stati e staterelli, ducati e principati e domini stranieri in cui era divisa la nostra penisola.

 

Situazione che impediva ad un popolo dalla millenaria civiltà di iniziare la propria emancipazione ed affacciarsi sulla scena europea come stato unitario e con il peso dei suoi 30 milioni di abitanti.

 

La Resistenza come perno morale e ideale di una lotta che ha messo nelle mani degli Italiani la possibilità di costruire il proprio destino.

 

Prima con il referendum Repubblica/monarchia e poi con un’Assemblea costituente che ha prodotto quel documento unificatore con il cui viatico abbiamo attraversato la guerra fredda, siamo cresciuti, abbiamo cambiato pelle.

 

Il Paese ha vissuto cambiamenti senza precedenti nella sua struttura ed è salito nel novero ristretto delle nazioni più industrializzate.

 

Da Paese di emigranti in cerca di lavoro ed in fuga dalla povertà siamo diventati porto di arrivo di immigrati che scappano da miserie secolari, da guerre, da dittature e dei quali la nostra economia fino ad oggi ne ha avuto necessità.

 

La stessa legge sul federalismo fiscale, seppur migliorabile, ci collega al movimento risorgimentale.

 

In particolare a quella parte, allora minoritaria, che propugnava uno Stato unitario federalista e decentrato che tenesse conto delle innumerevoli specificità italiane in fattispecie fra Nord e Sud, per portarle ad uno sviluppo meno diseguale e più sistematico all’interno dell’unità della nazione italiana.

 

Dovremmo dare tutti più ascolto alle parole del Presidente Napolitano quando sostiene la necessità di verificare le condizioni alle quali una evoluzione in senso federalistico potrà garantire una maggiore autonomia e responsabilità alle istituzioni regionali e locali rinnovando la struttura statuale e rafforzando le basi dell’unità nazionale. 

 

La Costituzione ha consentito e accompagnato l’evoluzione dell’Italia nella libertà, nello stato di diritto, nella giustizia.

 

Ma siamo passati attraverso prove severe in questi ultimi 66 anni.

 

Dai servizi segreti deviati allo stragismo, dalla strategia della tensione al terrorismo politico e mafioso, dai generali golpisti alle trame della P2, da una gestione del potere sempre più lontana dai cittadini all’affermarsi di una politica che sembra voler ignorare le ragioni etiche, morali e storiche della carta costituzionale e della lotta della Liberazione.

 

Fino ad oggi, il vaccino antiautoritario, in essa contenuto, ha sempre aiutato le Istituzioni a mantenersi salde e unite nell’impegno di salvaguardare

 

-          la democrazia

-           la libertà e il futuro del Paese

-          e la speranza, comunque, di riuscire a migliorarsi e mantenere integro e robusto il sentimento di identificazione comunitario dei nostri cittadini.

 

PER QUESTO VOGLIAMO RICORDARE

 

Perché negli ultimi anni stiamo assistendo ad un progressivo avvelenamento dei rapporti sociali, ad un diffuso attacco al mondo dei diritti della persona e alla dignità del lavoro, all’aumento esagerato della diseguaglianza economica fra ricchi e poveri, dove la ricchezza è diventata intoccabile come nella società del medioevo.

 

Tanto è vero che:

 

se redistribuzione deve esserci, bè che essa avvenga a carico delle già scarse risorse degli altri, chiamati a contendersi le briciole del reddito e dei diritti che non sono ancora evaporate negli imprendibili circuiti della finanza cosiddetta globale e dei suoi paradisi.

 

Assistiamo quotidianamente all’affermarsi di comportamenti che non cercano la qualità della convivenza, ma la oltraggiano fino a metter in discussione la stessa democrazia.

 

Sappiamo bene, infatti, che essa ha difficoltà a sopravvivere in una società in cui si disprezza

 

-          la politica,

-           la gestione del bene comune,

-          la partecipazione democratica dei cittadini,

-          e in cui non si avverte più come necessaria nessuna convergenza comunitaria e dove gli interessi prevalgono su tutto.

 

Sono anni in cui molti italiani si sentono autorizzati e incoraggiati a far uso di espressioni violente, volgari, offensive dell’altro e a disprezzare qualsiasi regola magari ispirandosi ad esempi di chi occupa posizioni di rilievo,

 

non ci si ascolta più, ma ci si urla contro sopraffacendo con il dileggio, gli schiamazzi e le grida, la sostanza della riflessione e dei ragionamenti.

 

Sono tutti atteggiamenti che erodono lentamente le basi del civile vivere comune.

 

Tutti i giorni assistiamo ad una specie di guerriglia il cui obiettivo è mettere in discussione lo spirito e la lettera della Costituzione italiana, volendone cambiare chi questo, chi quell’altro articolo, ma soprattutto volendone modificare la sua fondamentale architettura istituzionale della divisione dei poteri dello Stato limitando l’autonomia e l’indipendenza del potere giudiziario e delle istituzioni costituzionali.

 

NOI NON DIMENTICHIAMO

 

che questo è già avvenuto nella nostra storia.

 

Ignobili, e espressioni di barbarie politica, sono stati i manifesti di Milano che equiparano la Magistratura al terrorismo.

 

Magistratura alla quale va tutta la nostra solidarietà istituzionale

 

PER NON DIMENTICARE

 

Vogliamo ricordare il debito di onore

 

di sangue

 

di civiltà

 

di riconoscenza

 

che dobbiamo alla Lotta di Liberazione:

-          per lo Stato Repubblicano che ha contribuito a fondare

-          per la società libera che ha consegnato alle nostre generazioni

-          per i principi di giustizia e di equità sociale che ci ha trasmesso

-          per l’affermazione che in politica non deve mai prevalere l’odio per l’avversario

-          per l’insegnamento che a ogni generazione spetta la sua fatica

 

Tocca a noi, oggi, riscattare

 

-          il senso alto e l’idealità della politica;

-          l’etica democratica della nostra Costituzione;

-          i valori morali a cui ci si deve ispirare nella gestione della cosa pubblica;

-          il prevalere della cultura sulla forza

-          la dignità della vita di ogni persona

 

NOI NON LO DIMENTICHIAMO

 

Prima di concludere e ricordando che il 25 aprile 1945 le piazze erano piene di gente felice e festosa per la Liberazione e per la fine della guerra, mi permetto, fra le tante tragiche ed eroiche azioni partigiane avvenute nella nostra Bologna e provincia, di citare quell’azione spettacolare, quasi cinematografica, beffarda e coraggiosa, della Settima Gap che travestiti da tedeschi e repubblichini, con un colpo di mano, riuscirono a far evadere i prigionieri da San Giovanni in Monte.

 

A quell’azione partecipò un giovanissimo William.

 

Desidero concludere con un istintivo attualissimo e profondo ringraziamento per tutti coloro che hanno avuto la forza, il coraggio, la disperazione d’intraprendere la lotta partigiana e la guerra di Liberazione.

 

A tutti voi partigiani e reduci qui presenti, a tutti i caduti ed a tutti quelli che rivivono in questa piazza nella nostra memoria.

Grazie, grazie, grazie

 

Viva la Costituzione

Viva l’Italia libera e giusta

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