Interventi

14 Gennaio 2011

“Una scelta federalista”

“Una scelta federalista”

 

Conferenza Pd Emilia-Romagna – “La politica che costruisce il futuro. Le autonomie locali
e il patto di stabilità regionale”

 

14 gennaio 2011

Intervento di Simonetta Saliera

Vicepresidente della Regione Emilia-Romagna

 

Buon pomeriggio a tutti,

come credo tutti voi sappiate, il patto nazionale di stabilità interno viene introdotto nel nostro Paese nel 1999 e rappresenta uno degli strumenti per il rispetto dei parametri fissati nel trattato di Maastricht. L’adesione al patto di stabilità e crescita da parte di tutti gli Stati membri, impegna i rispettivi governi a ridurre progressivamente il ricorso all’indebitamento, impedendo la formazione di nuovo debito e riducendone lo stock.

Il trattato fissa il tetto massimo del rapporto deficit/Pil nel 3% e quello relativo al rapporto debito/Pil nel 60%. Il patto di stabilità interno coinvolge l’insieme della Pubblica Amministrazione, dal centro alla periferia, con l’intento di ottemperare al trattato e l’obiettivo di ridurre progressivamente il debito pubblico e di portare a pareggio il rapporto deficit/Pil. Le regole di applicazione in tutti questi anni sono state oggetto di revisioni e modifiche e sono diventate sempre più vincolanti, fino ad essere definite nel 2003 “Principi fondamentali di coordinamento della finanza pubblica”. Capita così che per il triennio 2009-2011, per la disciplina del patto di stabilità interno per Province e Comuni con popolazione superiore ai 5.000 abitanti, venga confermata la definizione di obiettivo già introdotta nel 2007, in termine di saldo finanziario tra entrate e spese finali di competenza mista (ovvero sommatoria algebrica delle differenze tra accertamenti e impegni per quanto riguarda la parte corrente, e delle differenza tra incassi e pagamenti, per la parte in conto capitale). La base di calcolo degli obiettivi programmatici viene individuata nel saldo di Bilancio 2007.
Questa scelta è puramente casuale e prescinde dalle diverse dinamiche territoriali che hanno determinato quei saldi di bilancio. Si è trattato di un metodo profondamente iniquo, che non ha tenuto conto della virtuosità di ogni singolo ente e che, come i fatti hanno dimostrato, ha creato contraddizioni, ingiustizie e ha messo in crisi molti enti sia per la impossibilità di programmare investimenti, sia per l’esecuzione di pagamenti nonostante la propria solidità e le liquidità, pregiudicando sviluppo del territorio e quantità e qualità dei servizi. Il ministro Tremonti nella sua Relazione sul federalismo, presentata alla Camera il 30 giugno 2010, aveva asserito che l’impatto della manovra per le Regioni a statuto ordinario sarebbe stata nell’ordine del 3%. Quindi in linea con il sacrificio richiesto ai ministeri ed agli enti locali. La realtà si è rivelata ben diversa, poiché, a seguito delle nuove norme del governo, il patto di stabilità per le Regioni a statuto ordinario, ha imposto una riduzione delle spese di -13,6% per il 2011, di -16,3% nel 2012, di -17,2% nel 2013. Queste percentuali andranno calcolate su ogni tipo di spesa sostenuta negli anni precedenti.
Altro che 3%! Ciò che vale per le Regioni vale (in modo diverso) anche per Comuni e Province. Nonostante i tagli draconiani e i rigidi limiti imposti dal governo alle Regioni e agli enti locali, il quadro della finanza pubblica è sconfortante ed è peggiorato. Infatti, come spiega la relazione sulla “Decisione di Finanza Pubblica” approvata dal Consiglio dei Ministri il 29 settembre 2010, il debito del settore pubblico in rapporto al Pil nel 2009 è pari al 115,8%: il più alto nei Paesi dell’Ue a 15 (nel 2010 sale a 118%), mentre il deficit/Pil è del 5,3%. Il 92,7% del debito pubblico complessivo italiano è frutto delle amministrazioni centrali dello Stato (27.500 euro procapite), mentre solo il 7,3% è prodotto da Comuni, Regioni e Province (2.154 euro procapite), con l’Emilia-Romagna che si conferma la Regione a statuto ordinario che ha il minore indebitamento pro capite (237 euro per abitante nel 2008, 224 euro nel 2009 e 208 euro nel 2010). Il debito pubblico locale complessivo di tutti gli enti dell’Emilia-Romagna è di 1.288 euro procapite, pari al 40,2% in meno rispetto al dato nazionale dei 2.154 euro procapite. La nostra situazione, nonostante la dimostrata capacità amministrativa, diventa sconsolante se consideriamo anche la liquidità di cassa.
A fine 2008 i 189 Comuni e le 9 Province della Regione (assoggettati al patto di stabilità nazionale) avevano disponibilità per liquidare impegni per 1.192 milioni di euro a fronte di residui passivi in conto capitale di oltre 3.500 milioni di euro. La scriteriata impostazione dei vincoli imposti dal patto nazionale ha impedito di utilizzare le somme a disposizione. L’assurdità di quanto si è determinato, è data dal fatto che la situazione generale dell’Italia sotto il profilo del debito e del deficit ha comunque continuato un percorso negativo (proprio di oggi la comunicazione di Bankitalia per cui il debito pubblico italiano ha raggiunto la cifra record di 1.870,9 miliardi di euro), mentre si è impedito agli enti virtuosi di dare un possibile contributo alla ripresa economica che tanto servirebbe stante la grave crisi in cui ci dibattiamo.  L’assurdo degli assurdi è che addirittura si sono creati problemi di insolvenza nelle piccole e medie imprese costrette a ricorrere ad un poco disponibile sistema creditizio pur esso in difficoltà. Per dare ossigeno alla nostra economia la Regione Emilia-Romagna ha messo a disposizione di Comuni e Province, parte della propria potenzialità di spesa pari a 70 milioni di euro nel 2009 e a 92 milioni di euro nel 2010. Lo scorso novembre, a soli 15 giorni dalla deliberazione della giunta già il 50% di questi fondi erano stati usati per pagamenti e nel giro di un mese sono stati tutti utilizzati.
Ciò ha permesso di immettere nel tessuto produttivo risorse in grado di sostenere le imprese e di far da volano in questo difficile periodo di recessione. Tutte queste argomentazioni e le riflessioni politiche sugli aspetti negativi indotti da un patto di stabilità nazionale rigido e centralizzato, che tiene poco conto delle reali situazioni di diversità e di virtuosità presenti nel sistema delle autonomie locali, ci hanno indotto ad agire per superare le contraddizioni da esso generate, pur nel rispetto degli obiettivi e dei vincoli dettati dalle leggi che regolano la finanza pubblica. (E sottolineo questo principio). La scorsa estate, la Giunta regionale ha costituito un gruppo di lavoro tecnico formato da rappresentanti della stessa Regione e da quelli di Anci, Upi, Uncem e Legautonomie, con la finalità di elaborare i criteri per un patto di stabilità territoriale della Regione Emilia-Romagna. Abbiamo consultato tutte le organizzazioni imprenditoriali, sociali e dei lavoratori. Forte di questi contributi, la Giunta regionale ha elaborato un progetto di legge per il patto territoriale di stabilità regionale sfociato nella legge numero 12 approvata dall’Assemblea legislativa regionale il 20 dicembre 2010. Essa attua e dà sostanza federalista a quanto previsto dall’articolo 17 della legge delega 42 del 2009 che recita testualmente: “le Regioni che possono adattare, previa concertazione con gli Enti Locali, (…) le regole e i vincoli posti dal legislatore nazionale, differenziando le regole di evoluzione dei flussi finanziari di singoli Enti in relazione alla diversità delle situazioni finanziarie esistenti nelle diverse Regioni”.

 

(Per noi chiarissimo concetto scritto in brutto italiano)!

 

Le finalità perseguite dalla legge vogliono:

 

-        accrescere il livello di efficienza dell’utilizzo delle risorse finanziarie definendo regole e criteri che tengano conto delle specificità dei singoli enti territoriali;

 

-        valorizzare le opportunità di investimenti strategici per sostenere la nostra economia;

 

-        introdurre maggiori margini di flessibilità nella gestione delle emergenze  e delle situazioni eccezionali attraverso un sistema di compensazioni sia tra Enti dello stesso comparto, sia direttamente con la Regione;

 

-        ricondurre a livelli fisiologici l’ammontare dei residui passivi per spese di investimento;

 

-            trattenere il surplus finanziario rispetto al patto nazionale che si determina dalla sommatoria delle piccole economie di ogni ente,  attualmente impermeabili fra loro, per ridistribuirle sul territorio regionale, invece che farsele avocare dal Governo. Stiamo parlando di una cifra che nel 2009 è stata pari a 200 milioni di euro risucchiati nella voragine nazionale.

 

 

I cardini su cui poggia l’impianto del patto di stabilità territoriale e che creano innovazione di tipo federalista sono:

 

-          la definizione di un nuovo sistema di relazioni tra Regione e Autonomie locali dove la Regione diventa unico interlocutore, ente di garanzia e soggetto responsabile per il rispetto delle norme in materia di patto di stabilità nei confronti del Ministero dell’Economia e delle Finanze e di conseguenza unico destinatario di eventuali sanzioni governative (questo non significa deresponsabilizzare Comuni e Province);

 

-       il rispetto di un unico obiettivo programmatico regionale dato dalla sommatoria degli obiettivi fissati dalla normativa nazionale vigente per i singoli enti;

 

-          la determinazione, dopo un congruo periodo di transizione e sperimentazione, dell’obiettivo di saldo espresso in termini di competenza pura, anziché quello della competenza mista attualmente in vigore. Si introducono così elementi di certezza e responsabilità fra impegni e reali capacità di onorarli ed inoltre si riconduce l’attività di controllo nella fase iniziale di programmazione politica degli interventi impedendo di rispettare gli obiettivi posti dal patto attraverso il blocco dei pagamenti;

 

-          misure per il controllo del livello di indebitamento di tutti gli enti locali anche di quelli con popolazione inferiore ai 5.000 abitanti e opportunità finanziarie per favorire la riduzione dell’indebitamento;

 

-          un sistema premiale e di sanzioni;

 

-          meccanismi di monitoraggio e certificazione;

 

-          le regole applicative, i parametri, gli obiettivi annuali sono definiti in accordo con il Cal (Consiglio delle Autonomie Locali)

 

In sintesi, la legge che oggi vi presentiamo rispetta pienamente gli obiettivi di risanamento posti dall’Amministrazione centrale e nel contempo, però, intende governare i flussi finanziari con criteri oggettivi, ritagliando su misura di ogni singolo Ente locale gli obiettivi da adottare riconoscendo le specifiche realtà virtuose. Abbiamo operato nello spirito e nella lettera della legge delega 42 e con una concezione federalista solidale dello Stato che anche il governo afferma di voler perseguire. È per questo che ritengo per lo meno sorprendente il voto della Lega Nord dell’Emilia-Romagna che in Assemblea legislativa ha votato contro la nuova legge, mentre il Popolo delle Libertà si è astenuto. Per concludere, questa legge è stata varata contestualmente al Bilancio 2011, che possiamo definire come il più difficile della nostra storia. Bilancio e patto di stabilità territoriale hanno dato corpo alle scelte politiche programmatiche della maggioranza di centrosinistra di governo regionale che si fondano sul principio di contenere gli effetti devastanti che la crisi economica globale produce sulla vita quotidiana delle persone e delle famiglie, lacerando nel contempo coesione e solidarietà sociale. Fenomeni aggravati da una cieca manovra finanziaria governativa che immiserisce l’Italia e non si è posta minimamente l’obiettivo di mettere in moto meccanismi di ripresa economica, l’occupazione e lo sviluppo sociale. Noi abbiamo rifiutato la logica dei tagli lineari e, insieme alle Associazioni rappresentative di tutti gli enti locali e delle Organizzazioni sociali, abbiamo individuato priorità e scelte. In sostanza, abbiamo adottato criteri selettivi per adeguarci agli iniqui tagli dei trasferimenti da parte del governo centrale, pari a 346 milioni di euro, senza intaccare le risorse per le politiche sociali, sulla quantità dei servizi che hanno al centro la persona, i suoi bisogni e la sua dignità e mantenendo fondi per lo sviluppo economico, l’innovazione, la ricerca, la formazione e l’occupazione.
Abbiamo drasticamente tagliato sui costi generali di gestione e degli organismi di governo. Tutto questo è stato possibile ottenerlo con un ampio, efficace, e responsabile lavoro corale che ha rafforzato la partecipazione e la concezione democratica delle Istituzioni. 

 

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