Interventi

2 Maggio 2015

Cent’anni fa la Grande Guerra, “l’inutile strage”

Marina di Ravenna, Ravenna – 3 maggio 2015, inaugurazione della mostra dedicata all’anniversario dei 100 anni dello scoppio della Prima Guerra Mondiale dell’attacco a Porto Corsini Messaggio di saluto di Simonetta Saliera Presidente dell’Assemblea legislativa regionale Buongiorno a tutti, ringrazio gli organizzatori di questa importante manifestazione: una mostra che tanto significa per il nostro territorio perché ci fa riscoprire una delle pagine meno studiate della storia italiana.

E come confermi che gli eventi di un secolo fa, le settimane che precedettero l’entrata dell’Italia nella Grande Guerra, vadano ancora studiate meglio perché “dettagli” come quelli raccontati da questa mostra confermano una volta di più l’inettitudine, l’impreparazione della classe dirigente interventista, del Sovrano, dei vertici militari dell’epoca: i primi colpi di cannoni di quello che fu “il grande massacro” di inizio 900 non si ebbero sul fronte alpino o a ridosso dei fiumi padani che segnavano i confini tra l’ancora giovane Regno d’Italia e i territori irredenti su cui sventolavano le bandiere imperiali austriache. I primi colpi di cannone furono qui. Sul mare. E questo perché la marina austriaca era preparata alla guerra, mentre l’esercito italiano, che pure rappresentava la nazione che aveva dichiarato guerra all’Austria, era impreparato: mancavano ordini, mancavano progetti. Si pensava, ma fu così anche nel 1940, che il conflitto sarebbe stata una gran parata di gagliardetti, divise scintillanti, discorsi retorici sui “sacri confini della Patria”, telegrammi altisonanti in cui annunciarsi a vicenda – tra ministri e generali – folgoranti avanzate, indomite battaglie e straordinarie vittorie. Custoza, il Quadrilatero, Lizza e Custoza non avevano insegnato nulla a una classe politica conservatrice cresciuta nel mito della “terza Roma” e a un’elites militare che non aveva mai combattuto (e vinto) una guerra “in proprio”, ma doveva medaglie e mostrini alla forza straniera, francese o prussiana che fosse. Capitò così che, mentre gli ambasciatori italiani a Vienna consegnavano alla mezzanotte del 24 maggio 1915 la dichiarazione di guerra al governo austro-ungarico, nulla si preparava sulle nostre coste, come se non fosse a tutti noto che quella austriaca, che dal trattato di Campoformio, ovvero da oltre un secolo, aveva assorbito l’esperienza e la capacità della marina veneziana, era una delle più forti del Mediterraneo. Dopo 4 ore, alle prime luci dell’alba, le navi asburgiche potevano bombardare indisturbate le coste romagnole e venete, dopo aver percorso senza trovare ostacoli l’Adriatico bombardando le cittadelle del litorale veneto, Porto Corsini, Senigallia e arrivando indisturbati fino a Barletta e su tutta la costa pugliese. E’ una pagine che nei libri di storia non si trova. Per anni si preferì cullarsi nella leggenda del Piave, senza interrogarsi sul perché la dinastia Savoia e il governo conservatore di Antonio Salandra trascinarono l’Italia nella più grande carneficina degli ultimi due secoli, un bagno di sangue innocente che precipiterà il Continente in una crisi economica e civile che fece da humus alle grandi tragedie del novecento, nazismo e fascismo, con i loro gravami di morte, persecuzioni razziali, campi di concentramento e violenze. È il Secolo Breve ben raccontato da Eric Hobsbawm. È la storia di 600.000 italiani innocenti mandati a morire nelle pietraie insanguinate del Carso, di poveri soldati fucilati come traditori, anche se si trovavano lontano dalle zone operative. Ma tanto voleva Cadorna "per tenere la disciplina - scriveva il comandante in campo - e prevenire la propaganda disfattista socialista". È il dramma di uomini fucilati come traditori della Patria, quando invece si trattava solo di innocenti che non capivano il perché della guerra e volevano tornare a casa, dalle loro famiglie, e non essere mandati a morire come mosche falcidiati dalle mitragliatrici austro-tedesche solo per obbedire agli ordini, assurdi, del Generalissimo Cadorna che applicava, per stessa ammissione dei suoi pari grado europei, tecniche di guerra risalenti al secolo precedente, che non tenevano conto delle nuove armi a ripetizione, dei gas tossici che furono irrorati senza economia dalle due parti del fronte. Gas tremendi che in pochi minuti corrodevano i polmoni trasformando le trincee e i campi militari in cimiteri. Tutto perché ai soldati italiani non erano state date sufficienti maschere antigas e i comandi militari erano più attenti a perseguitare il pacifismo socialista e cattolico che a difendere i fanti dalle armi austriache. Per questo dobbiamo essere grati agli organizzatori di questa mostra: ci hanno vaccinato, hanno evitato che le doverose celebrazioni del primo centenario della Grande Guerra non diventassero una macedonia di retorica e di (finti) buoni sentimenti a buon mercato. Di storielle da "Libro Cuore". Quella guerra, come tutte le guerre, fu una carneficina, frutto dell’arroganza del potere, delle elites che si tennero ben lontano dalle trincee. Perché se pensare la guerra è affare per privilegiati, morirci sotto è la sfortuna dei poveri. Che morirono senza capire. O forse capendo tutto. Ovvero che era tutto assurdo. Appartengo a una generazione che ha avuto la fortuna di sentire le testimonianze dirette di chi “alla guerra” ci fu mandato davvero. E che ha letto un libro che consiglio a tutti: “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, di Erich Maria Remarque. “Perché siamo in guerra?”, chiede un giovane soldatino. “Perché la Germania ha offeso la Francia”, gli risponde un veterano della trincea. “E cosa vuol dire? Che una montagna della Germania ha offeso una montagna della Francia?”, è la replica del ragazzo. Sembra un infantile candore, ma invece è la domanda che si fecero tutti i soldati strappati ai loro cari e mandati al fronte. Da una parte e dall’altra. Così lontana dalla retorica del fante-operaio e del soldato-contadino. La guerra il popolo italiano non la voleva: non la volevano né le masse operaie dei suburbi urbani né quelle rurali cattoliche delle campagne. Non la voleva il popolo italiano. “Si va verso l’inutile strage”, ammonì Papa Benedetto. “Un’inutile carneficina”, faceva eco Filippo Turati, capo dei socialisti. Due voci diverse, in un’epoca dove il dialogo tra marxisti e cattolici era di là da venire. Eppure entrambi i massimi rappresentanti delle masse popolari – quella cattolica e quella operaia socialista – avevano ben chiaro che la miglior gioventù d’Italia sarebbe stata mandata a morire per nulla. Era noto, infatti, che l’Austria era disponibile a cedere al Regno d’Italia “parecchio”, ovvero i territori di Trento e Trieste in cambio della neutralità italiana. Eppure, con l’unica lodevole eccezione di Giovanni Giolitti che di quella “politica del parecchio” fu l’unico sincero sostenitori, le classi dirigenti portarono il Paese nel baratro della guerra, del dopoguerra, e poi del fascismo e della seconda guerra mondiale. Trattati segreti come il Patto di Londra, il Parlamento esautorato, le poche voci libere come il liberale Giolitti e i socialisti messe a tacere e accusate di antipatriottismo e connivenza con il nemico. Le manifestazioni e le violenze di piazza della "gioventù irredentista", le carnevalate "per terra, per aria, per mare" di Gabriele D'Annunzio. Fu con questi ingredienti che Vittorio Emanuele III e Salandra ordirono e perseguirono un complotto ai danni del popolo italiano, sfruttandone l'innocente patriottismo e il sogno di una "quarta guerra d'Indipendenza" volta a “vendicare il sacrificio di Nazario Sauro, Guglielmo Oberdan e Cesare Battisti”: da una lato il Presidente del Consiglio aveva sfruttato le debolezze dello Statuto albertino per agire nella segretezza e fuori dal controllo del Parlamento, dall'altro il Sovrano rinunciò ad ascoltare il Paese reale, preferendo gli osanna dei D'Annunzio e dei Mussolini. Alla fine della Guerra l'Italia ottenne il confino alpino e quello adriatico: tutti territori che si potevano ottenere per via diplomatica già nel 1914. Nulla di più di ciò che la neutralità giolittiana, socialista e cattolica aveva già ottenuto dal governo di Vienna. In cambio di questo 600.000 italiani (su un totale di 3milioni di caduti) persero la vita e i bilanci dello Stato ne uscirono disastrati: nel 1930 il ministero del Tesoro calcolò in 148 miliardi di lire dell'epoca i costi militari del conflitto, vale a dire una cifra doppia rispetto il totale della spesa pubblica italiana dal 1861, anno dell'Unità d'Italia, al 1913. Una catastrofe umana ed economica: le macerie di questa guerra furono la ragione per cui l'Italia dovette soffrire poi 20 anni di dittatura e violenza fascista. Ma come è potuto succedere che la volontà di pace di un popolo sia stata così – inutilmente – tradita? Capitò perché lo Stato liberale dell’epoca non era una democrazia. Era una nazione dominata – così come la Germania imperiale – da una elites che estrometteva il popolo dalla vita e dalle decisioni politiche. Era una società di censo, che votava con sistemi elettorali che non avevano lo scopo della “rappresentanza” della popolazione, ma solo della scelta dei governanti. Era una nazione a ideologia unica, quella dell’epopea risorgimentale, costruita a tavolino per non affrontare – come ebbero a spiegare Piero Gobetti e Adolfo Omodeo – che il nostro era stato un “Risorgimento senza eroi”, ovvero senza il popolo e senza vittorie. Nelle trincee insanguinate del Monte Grappa, nelle ritirate sul Piave, nella conquista delle cime alpine, le elites liberali volevano “mondare” le frustrazioni di un Risorgimento fatto di retorica e pompa magna. E il potere economico, industriale e bancario, volle la guerra solo perché in essa vedeva fonte di reddito e di speculazione per via delle commesse militari pagate dallo Stato e quella borsa nera che arricchì la fauna del malaffare italiano di una nuova specie, subito ribattezzata pescecani, che approfittavano della miseria e della disperazione delle città affamate dalla guerra. Quella che oggi ricordiamo è, dunque, una storia triste. Ma è giusto farlo. Perché qui ci dobbiamo vaccinare: ogni volta che un’elites, una sola classe sociale, mantiene il potere in una nazione, seppur libera e con libere elezioni, la pace e la vita della popolazione sono a rischio. La partecipazione democratica di tutti i cittadini, i partiti politici, i sindacati dei lavoratori e le associazioni di imprese, gli enti religiosi e di volontariato. In una parola: i corpi intermedi. Sta qui, nella vitalità di questo tessuto civile, la forza della nazione. La capacità di non rincorrere i venditori di illusioni a basso prezzo. È la storia d’Italia che ce lo insegna. E sono le parole di Carlo Rosselli che ce lo ricordano: “Siamo antifascisti perché non misuriamo la Patria a confini e cannoni, la nostra Patria è quella di tutti gli uomini liberi”.

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