Interventi

14 Giugno 2013

Riordino istituzionale e lavoro pubblico

Riordino istituzionale e lavoro pubblico

 

14 giugno 2013 – Iniziativa organizzata dalla Cgil Emilia-Romagna

Intervento di Simonetta Saliera

Vicepresidente della Regione Emilia-Romagna

 

Buongiorno a tutti,

Vi ringrazio per avermi invitato, a portare il saluto e l’esperienza della Regione Emilia-Romagna in materia di riordino istituzionale e di valorizzazione del lavoro pubblico che con esso si può attuare. È mia convinzione infatti che la riforma delle Istituzioni e degli apparati pubblici per affermarsi veramente non possa ignorare le opinioni, i suggerimenti e la partecipazione dei propri lavoratori e delle loro organizzazioni sindacali. Nel nostro Paese di riforme dell’assetto dello Stato e delle sue diramazioni periferiche si parla di oltre 30 anni, ovvero dai tempi della Prima Commissione sulle Riforme che vide la presenza, fra gli altri, di paralmentari illustri come i professori Augusto Barbera, Gianfranco Pasquino e Roberto Ruffilli, poi barbaramente assassinato dalle Brigate Rosse.

Quella Commissione aveva l’ambizione di “rendere il cittadino arbitro delle istituzioni”. Si voleva, 
cioè, invertire quella tradizione dello Stato italiano, di vedere il cittadino come gerarchicamente
inferiore allo Stato e alle sue burocrazie. Tutti sappiamo che, a livello statale, in questi ultimi
30 anni di riforme si è tanto parlato, poco si è fatto. L’unica vera stagione riformatrice
è stata quella della seconda metà degli anni ’90 quando, sotto l’impulso del ministro
Franco Bassanini, si è proceduto a dare piena voce alla Costituzione della Repubblica e
alla valorizzazione delle Regioni come punto di autonomismo. Mi riferisco
alle “deleghe ex Bassanini”, ovvero materie che lo Stato centrale ha “trasferito” alle Regioni
con le relative risorse. Peccato che con il D. L. 78 del 2010 il Governo Tremonti-Berlusconi
ha lasciato alle Regioni le deleghe, ma ha trattenuto per se le risorse finanziarie che di fatto
hanno svuotato la loro concreta attuazione. In questo modo si è fortemente contribuito ad
esprimere una linea politicha che ha falcidiato il nostro sistema di protezione e solidarietà
sociale incrementando tassi di cassa integrazione e disoccupazione inconcepibili. Si sono

prodotte, da parte dei due governi precedenti a quello attuale, manovre finanziarie e di
cosiddette riforme scritte non con l’inchiostro, ma con il filo spinato, tese a colpire la carne
viva dei lavoratori in un Paese sgomento davanti alla crisi a cui i governi non hanno saputo
fa altro che somministrare l’amara e inutile medicina di un “rigore senza crescita”. Il fallimento
di queste politiche lo vediamo ogni giorno pensando ai tanti disoccupati, a chi ha perso
anche la speranza di un lavoro, a chi ha visto fallire per l’anoressia di accesso al credito
aziende e imprese in cui si era riposto tutta la propria passione e tutto il proprio impegno
lavorativo. Siamo passati dalla demagogia del federalismo, dalla logica dell’ente virtuoso 
dei parametri di riferimento per tutti a considerare il sistema delle autonomie come
un Bancomat a cui attingere per sfamare l’avidità del debito pubblico e non si sono
presi in considerazione gli apparati statali autoreferenziali, bulimici ed incapaci di capire
il dramma che viene dal Paese reale.
Oggi, speriamo che il governo sappia riprendere
quel bandolo delle riforme di cui tutti abbiamo bisogno e per il quale sarebbe nato
(nella condizione politiche che tutti conosciamo). Questa premessa è utile per capire
quanto sia stato ancora più difficile lo sforzo fatto nei primi due anni e mezzo di questa
legislatura da parte della Regione Emilia-Romagna per un riassetto dell’ordinamento
territoriale, del rapporto tra Comuni, loro forme associate, Province e Regione. Si tratta
di un lavoro che ha dato e darà i suoi frutti perché non imposto d’imperio, ma perché frutto
di condivisione e di confronto fra gli enti locali, le associazioni, il sindacato con il
coinvolgimento, là dove si è proceduto all’innovazione, dei lavoratori. Un “lavorare insieme”
che, però, ha avuto l’accortezza di evitare quella che è la piaga dell’unanimismo: abbiamo
parlato, ci siamo scambiati idee, abbiamo confrontato progetti e esigenze. Ma alla fine
chi aveva la responsabilità di  decidere se la è doverosamente assunta. Si è evitato,
in sintesi, il male italiano per cui di fronte a diversità e resistenze di opinioni si fa un
bel gruppo di studio dal nome altisonante e poi si lascia marcire la situazione perché
tanto il tempo trascorre, le legislature passano.  E i problemi prima o poi qualcuno
li risolverà. Nel merito, dal 2010, la Regione si è fatta promotrice di un rafforzamento
dell’associazionismo tra Comuni basato su Unioni e, in alternativa, (come purtroppo
recita la legge nazionale) vedo convenzioni come fumo che nasconde la realtà del
non voler fare niente se non qualche messinscena formale. La nostra regione aveva
un forte tasso di associazionismo, con il 54% degli abitanti che vivevano già in Comuni
appartenenti a Unioni o Comunità Montane (300 Comuni su 348). Il beneficio di questo
assetto territoriale è chiaro: si associano funzioni, si evitano doppioni, si unificano le attività
di back office per preservare gli  sportelli per il cittadino e sul territorio: si rende più
produttivo, semplificata e veloce l’attività delle Amministrazioni pubbliche.
Si risparmiano, così, risorse sui  costi di gestione per liberarne da investire in
politiche attive, in servizi alle persone, sostegno alle imprese e al lavoro e in cura
del territorio di cui, come testimoniano i recenti eventi calamitosi (terremoto, frane,
alluvioni, trombe d’aria), ce ne è davvero bisogno. Nello stesso dicembre, la Regione
ha approvato la legge 21/2012 di riordino che si poneva l’obiettivo di rafforzare la
collaborazione, sostenendo con finanziamenti regionali gli enti che entravano in Unione,
di sciogliere definitivamente le Comunità Montane ed agevolare le richieste di fusione
tra Comuni. Le opportunità offerte dalla legge regionale 21 sono molteplici e si fanno
carico di dare un supporto tecnico-giuridico-economico per consolidare e rafforzare
strutture condivise e stabili nel tempo e in particolare per i Comuni piccoli (meno
di 3.000 abitanti in montagna, inferiori ai 5.000 nel resto del territorio) obbligati
dal già citato D.L. ad associarsi in Unione o a mettere a convenzione tutte le proprie
funzioni (tranne anagrafe e stato civile). L’allora Governo Monti lo ha fatto senza
prevedere né assistenza tecnica, né risorse. Il motivo? Ai sindaci è stato detto
che unendo le funzioni avrebbero avuto dei risparmi e che dunque non si lamentassero
mentre comunque proseguiva l’aggravio del peso dello Stato sulle risorse del sistema
delle autonomie. Cioè nuovi tagli. La legge regionale, pur lasciando liberi i Comuni
di scegliere all’interno del menù offerto dallo Stato (convenzioni o Unioni), ha previsto
che chi avrà la convinzione di scegliere la via dell’Unione riceverà sostegno
dalla Regione.
Lo scorso marzo, a meno di tre mesi dall’approvazione della legge, e a valle
di oltre 120 incontri sul territorio, la Regione ha deliberato quali siano i 46 ambiti ottimali
(a copertura dell’intero territorio regionale) in cui operare per rafforzare l’associazionismo
tra Comuni. Si sta procedendo con lo scioglimento delle 10 Comunità montane sino ad oggi
si è emesso il decreto per 5. Da dicembre a giugno: sei mesi di intenso lavoro che
non sarebbe stato possibile senza l’impegno dei tecnici della Regione, dei sindaci
e delle strutture dei Comuni interessati, dalle organizzazioni degli Enti Locali, delle
forze imprenditoriali e sindacali che hanno stimolato e contribuito prima il dibattito
e poi il lavoro specifico. La concertazione come sintesi e risoluzione dei problemi, è stata
fondamentale. Così come, ne sono certa, lo sarà nei prossimi mesi: quelli cruciali per la
realizzazione di nuove Unioni e per il rafforzamento di quelle esistenti: i Comuni stanno
approvando i nuovi statuti delle Unioni e la comnanza delle funzioni. La legge regionale
obbliga tutti i Comuni ad associare in Unioni tutti i sistermi informatici e di scegliere almeno
tre funzioni su una gamma indicata quali urbanistica edilizia, polizia municipale, servizi
socio-sanitari, Protezione civile, tributi-personale. Sulla via di questa spinta riformatrice,
si è inserita l’impegno della Regione di essere a fianco di quei Comuni che hanno il
coraggio di scegliere la via della fusione. Una strada molto faticosa e piena di contraddizioni
e di condizionamenti storici ed a volte anche personali. Nell’ultimo biennio sono stati
numerosi i casi in cui, preso atto della necessità di rafforzare le proprie comunità,
i consigli comunali di diverse realtà hanno chiesto alla Regione di intraprendere la
via della fusione. I 5 Comuni di Crespellano, Savigno, Monteveglio, Castello di Serravalle
e Bazzano in provincia di Bologna hanno fatto da apristrada: da loro la fusione è una
realtà e il 1 gennaio 2014, fra meno di sei mesi, nascerà ufficialmente il Comune di
Valsamoggia, una nuova e forte realtà di 30.000 abitanti che diventerà uno dei più
grossi centri del bolognese. Il nuovo Comune, così come gli altri che dovessero
nascere per fusione, sarà esente per i primi due anni di vita dai vincoli del patto di stabilità,
mentre per 15 anni godrà di risorse straordinarie da parte della Regione.
Sulla scia della Valsamoggia si sono mosse altre comunità: Savignano sul Rubicone e
San Mauro Pascoli in Provincia di Forlì-Cesena che proprio domenica scorso hanno
tenuto il referendum consultivo che è stato rifiutato dalla maggioranza dei cittadini di
San Mauro Pascoli, Sissa e Trecasali in Provincia di Parma, Toano e Villa Minozzo in
Provincia di Reggio Emilia, Migliano, Migliarino e Massa Fiscaglia in Provincia di Ferrara
e Torriana e Poggio Berni in Provincia di Rimini. Si tratta di sfide importanti, che segnano
la vitalità delle nostre amministrazioni e delle nostre parti sociali. Tutta la strada fatta e
quella che ci attente nei prossimi mesi non sarebbe stata possibile senza la collaborazione
e il confronto con il sindacato confederale. Il sindacato, in tutti gli incontri fatti e in
tutti gli accordi siglati, è stato protagonista di una sfida in cui si è collaborato
continuamente per la tutela dei diritti dei lavoratori e innovazione riformatrice.
Valorizzazione dei lavoratori, capacità di fare formazione, di risolvere anche in maniera
mirata i casi più fragili. Questa è la nostra ricetta per valorizzare un lavoro pubblico che
da troppi tempi è vittima di una doppia tagliola: da un lato una demotivazione che attraversa
lavoratrici e lavoratori, dall’altro di essere il capro espiatori di tutto quello che in Italia
non funziona. È così capita che da almeno due anni il personale dipendente delle
Province viva nel timore e nell’incertezza del futuro. Così non pensiamo che si possa
“far cassa” sui dipendenti, ma al contrario si debba aumentarne la professionalità e
con essa la produttività dell’intero sistema. Occorre, e su questo la sintonia con
il sindacato, è forte lavorare insieme per tenere insieme diritti e innovazione, tutela
dell’occupazione e necessità di adeguare le pubbliche amministrazioni alle mutate
esigenze dei cittadini, delle imprese, ovvero della società. Maggiore produttività di settore
non significa licenziamenti, né aumenti indiscriminati dei ritmi e della quantità di lavoro,
ma maggiore conoscenza e maggiore organicità e razionalizzazione dell’intero apparato.
Politico o amministrativo che esso sia.

Grazie

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