Interventi

27 Giugno 2012

I diritti nei posti di lavoro

I diritti nei posti di lavoro

 

26 giugno 2012 – presentazione

de “La Costituzione negata nelle fabbriche”

Intervento di Simonetta Saliera

Vicepresidente della Regione Emilia-Romagna

 

 

Buonasera a tutti,

 

ho letto con molta attenzione le pagine di Arbizzani. Le sue parole che cercano di districarsi fra cronaca e storia, fra sociologia e idealità politica per dare un quadro il più aderente possibile alla realtà degli anni delle lotte sindacali del periodo dal Primo Dopoguerra al 1974. Anno della conquista della legge per il riconoscimento dei diritti dei licenziati per rappresaglia: politica, sindacale, libertà di pensiero e religione.

Mi sono venuti in mente molti accostamenti con la nostra contemporaneità ed anche con enunciazioni teoriche come ad esempio quella del 1700 di Giovanbattista Vico sui “corsi e ricorsi storici”, cioè su una realtà che si può sempre riproporre, anche se con forme diverse. Da “La Costituzione negata nelle fabbriche” desidero riprendere fra decine e decine di casi una situazione emblematica che mi consente di sviluppare una riflessione: la vicenda della “Cattabriga” avvenuta nel 1951 qui a Bologna a Costituzione repubblicana vigente. Abbiate un po’ di pazienza se sarò lunga, ma per me ne vale la pena. La Commissione interna e l’Azienda “Cattabriga” raggiunsero un accordo che prevedeva il 15% di aumento salariale e un aumento della produzione con conseguente maggiore occupazione. Questi erano anche gli obiettivi prioritari che il Direttivo Cgil in quell’anno aveva assegnato alla propria azione di lotta. La battaglia sindacale si proponeva il miglioramento delle condizioni economiche dei lavoratori, e nei fatti puntava allo sviluppo dell’economia attraverso l’aumento della produzione nonché un allargamento del mercato con una maggiore capacità di acquisto dei lavoratori (aumento della domanda interna). La Confindustria locale, fortemente irritata per la firma di un contratto che rifiutava in tutte le altre fabbriche, considerò la scelta della “Cattabriga” un atto di diserzione rispetto alla loro linea politica. E attuò tutte le leve economiche e finanziarie per ricondurre alle proprie ragioni l’azienda firmataria. L’Azienda si ritrovò strozzata nel credito e isolata nel suo settore di produzione e cominciò a cedere alle pressioni cui era sottoposta.
Dapprima richiese la riduzione dell’orario di lavoro da 40 a 28 ore, non per mancanza di produzione, ma per mancanza di liquidità. I lavoratori gli contrapproposero che l’orario fosse portato a 40 ore settimanali avendone remunerate solo 28 e di avere la restante retribuzione nei tempi successivi appena fosse stato possibile. La risposta negativa del Cattabriga rese subito evidente che l’accordo non era possibile e il titolare abbandonò l’azienda. Dopo tre giorni di serrata, il titolare si dichiarò disponibile a discutere sulla base di 60 licenziamenti su 197 dipendenti complessiva. La lotta continuò, ma venne applicata un’ulteriore manovra compiuta attraverso la nomina di un liquidatore, esponente di Confindustria, che eliminava la vecchia società e ne apriva una nuova assumendo tutti quei lavoratori che sottostavano alle sue condizioni. Ne furono esclusi 60 fra questi tutti quelli della Commissione interna, i componenti del consiglio di gestione, tutti i lavoratori iscritti alla Cgil, al Pci e al Psi. Sicuramente anche voi state pensando quello che ho pensato io mentre leggevo.

Marchionne? Fiat? Pomigliano? Tutta la strategica modernità dell’economia globale? I nuovi modi di produrre all’interno della fabbrica, le nuove teorie di organizzazione del lavoro?

Teorie proclamate e conclamate dalla Fiat, e dal suo amministratore delegato come modernità e anticipazione del futuro. Invece, guarda un po’, le ritroviamo quasi tali e quali (61 anni) prima in una fabbrichettà bolognese e in una Confindustria che confrontata a Marchionne dovrei definire addirittura con capacità preveggenti-fantascientifiche. La verità, però è per noi sempre la stessa: chiara, lampante e ben traducibile, nonostante la si voglia nascondere fra orpelli tecnici o di teorica modernità:

 

1)       il padrone non vuole riconoscere nessuna regola, se non quelle fatte da sé, all’interno delle propria fabbrica: qui comando io. La sua isola non fa parte di nessun arcipelago.

2)       il lavoro deve essere sfruttato ai massimi termini possibili per creare profitto.

Il lavoratore è uno strumento necessario, ma comunque ricambiabile, non è un valore aggiunto, ma un mezzo.

3) La democrazia economica è una favola.

Molte altre sono le battaglie riportate dal libro di Arbizzani dove oltre al problema del salario, della dignità e del lavoro c’era quello del “qui comando io”. Battaglie che hanno comportato morti, carcere, licenziamenti, traumi famigliari. Fin da quel tempo, fin dalle prime lotte bracciantili nacque la richiesta del licenziamento per giusta causa. Dobbiamo a chi non si scoraggiò, a chi non abbandonò mai la lotta se si cominciò a parlare di giusta causa anche nell’industria (1957) e nei servizi. Per un tempo lunghissimo nelle piattaforme rivendicative (nelle parti normative delle richieste) si chiedeva sempre più diritti in attuazione dei principi della Costituzione.
Finalmente dopo essere stata approvata nel 1966 la prima legge che limitò i licenziamenti, si arrivò a proporre al Parlamento la piattaforma generale sul lavoro approvata nel 1970 e definita “Statuto dei diritti dei lavoratori” e tutt’oggi in vigore come ben ci ricorda quotidianamente la ministro Fornero. Quella fu la breccia che consentì nel 1974 di approvare la legge riparatrice sui licenziamenti per rappresaglia. Oggi il problema, non nuovissimo, ma di grande attualità in Italia è perché i redditi da lavoro, anzi le condizioni del lavoro, regrediscono e fanno impennare le diseguaglianze di reddito, ricchezza, potere economico, culturale e politico? Sappiamo che le ragioni sono sicuramento molte, in estrema sintesi, però, desidero soltanto ricordare i principali fattori del peggioramenti delle condizioni del lavoro. In particolare l’integrazione globale dei mercati e lo smantellamento di ogni controllo sui movimenti dei capitali enza nessuno standard minimo di verifica democratica sia sul versante sociale,  sia ambientale. Grazie all’evoluzione tecnologica (con l’abbattimento dei costi di transazione delle informazioni e delle cose) il capitale fa o minaccia di fare lo shopping globale delle condizioni di lavoro e mette la politica e le organizzazioni sindacali (racchiuse nelle gabbie e nei confini degli stati nazionali) all’angolo e sempre in difesa. Entra così, sulla scena globale, un enorme esercito industriale di riserve, sono miliardi di persone, che vanno dalla Cina, all’India, dal Sud Est asiatico, dal Brasile e dai territori del defunto blocco sovietico.
Nasce qui la vicenda Fabbrica Italia, una vertenza locale comprensibile soltanto allargando l’analisi al mondo. La differena con il nostro “Cattabriga” sta solo qui. La globalità di oggi contro il localismo di ieri. Consiglio a tutti di leggere “Il lavoro prima di tutto” di Stefano Fassina. Sarebbero davvero tante le cose da dire sull’arretramento della condizione di lavoro nei Paesi industrilizzati, ma sarebberro sempre riconducibili alle parole conclusive del Terzo Congesso nazionale Cgil, tenuto a Napoli nel 1952. Un piccolo uomo e quasi analfabeta di nome Di Vittorio terminò il proprio discorso dicendo “Il lavoratore deve essere considerato un uomo libero non uno schiavo”.

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