Interventi

25 Aprile 2012

25 aprile 2012 a Medicina

25 aprile 2012 a Medicina
 

Medicina – 25 aprile 2012

Intervento di Simonetta Saliera

Vicepresidente della Regione Emilia-Romagna

 

Signor sindaco

Partigiani e amici dell’Anpi

Autorità militari, civili e religiose,

Cittadini di Medicina

ho accolto con piacere l’invito a celebrare il 67esimo Anniversario della Liberazione in questo Comune città in cui è sempre vivo il ricordo imperituro dei vostri martiri, dei nostri martiri. Ragazzi il cui sacrificio è stato il prezzo per la libertà delle generazioni future. Ragazzi come quei giovani partigiani originari di Medicina e di Castenaso, militanti nella 7 gap che il 18 aprile 1945, a pochi giorni dalla fine della guerra, erano a Bologna in attesa dell’insurrezione per liberare il capoluogo e che persero la vita in una tremenda esplosione che rase al suolo la base partigiana di via Scandellara. Giovani come quei partigiani che, dopo le Battaglie di Fiesso e di Vigorso, furono fucilati dai nazifascisti proprio qui a Medicina. Giovani come quei partigiani originari di queste terre che combatterono nell’autunno del 1944 nella Battaglia di Porta Lame a Bologna. Giovani come Gino Comastri, Rolando, un ragazzo di 23 anni, un “adulto” per i canoni dell’epoca, che era nato qui e che perse la vita combattendo per la libertà di Bologna.
 A tutti loro, alla loro giovinezza strappata, siamo tutti debitori. Debitori della nosra libertà, debitori della nostra vita. La nostra democrazia è sancita da una Costituzione che non poteva dimenticare i milioni di morti, il rivolgimento radicale del mondo, il tramonto delle grandi culture europee, le deportazioni, il razzismo, lo sterminio di massa, la necessità e l’aspirazione di nuove forme di solidarietà e la messa al bando della guerra. Una Costituzione nata dalla Resistenza e dalla guerra di Liberazione, dal ricordo dei propri deportati, dei propri partigiani, dei propri militari uniti tutti nel non volere più né fascismo né nazismo, a costo della propria vita, a costo delle stragi e delle barbare rappresaglie naziste. Una Costituzione che sancisce l’Italia come una “Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Una Repubblica scelta dal voto libero del popolo italiani, degli uomini e, per la prima volta nella storia, delle donne. È su questa scelta che si basa l’identità dell’Italia libera. Ed è per questo che si può realmente parlare di valori fondanti.
Dire perciò che la Costituzione nasce dalla Resistenza non è un espediente retorico, né una frase fatta, ma il semplice riconoscimento della realtà. Così come è il semplice riconoscimento della realtà ricordare come il movimento di Liberazione ebbe un carattere corale e si alleò a quell’unione mondiale di forze che sconfisse definitivamente il nazismo e portò l’Italia a vivere con pieno diritto nell’epoca del dopo Auschwitz, del dopo Dachau, del dopo Fossoli. Quell’alleanza è durata lo spazio di una breve stagione, ma fu sufficiente perché potessero sopravvivere in Italia le ragioni irriducibili della libertà sulle macerie d’Europa e dopo che gli ultimi camini dei campi di sterminio avevano finito di fumare.
La nostra Costituzione seppe prevalere su quegli eventi di immani proporzioni e sulle forti diversità ideologiche in cui si contrapponevano le varie forze politiche, tanto che tutti furono spinti, al di là di ogni interesse e strategia particolari, a ricercare nella Carta fondamentale per la convivenza, una convergenza ragionevole ed equa in cui ogni cittadino si potesse riconoscere. Per questo si può ben affermare che la Costituzione italiana è nata da quel crogiuolo di idee, di contrasti, di diversità, di emozioni tali da darle l’impronta di una Carta dallo spirito universale ed in qualche modo extratemporale. Negli ultimi anni c’è stato chi più o meno ostentatamente non era presente alle celebrazioni del 25 aprile o ne è rimasto ai margini. Così come c’è stato chi ha voluto sminuire se non proprio eliminare l’apporto della lotta partigiana alla nostra Liberazione ed attraverso i Cln (Comitati di Liberazione Nazionali) all’inizio della ricostruzione istituzionale democratica del nostro Paese. Ma a costoro rispondono ancora una volta la semplicità e la incontestabilità dei fatti. Se l’Italia non è diventata, in quegli anni, una Jugoslavia, se non ha vissuto un dopoguerra lacerante come la Grecia, se non fu smembrata come la Germania, se non subì governi militari di occupazione come il Giappone, se ha potuto scegliersi lo Stato Repubblicano e la sua Carta Costituzionale anziché vedersela imporre come il Giappone e la stessa Germania dei Lander, ci sarà pur stato un motivo, una ragione storica che ha consentito il suo realizzarsi.

NOI VOGLIAMO RICORDARE CHE

Si è combattuto per la libertà.

Si è combattuto per la dittatura.

Si è combattuto per la giustizia.

Si è combattuto per i campi di sterminio.

Ciò che avvenne dal 25 luglio all’8 settembre del 1943 ne fu un discrimine decisivo. Di fronte alla dissoluzione del fascismo, un re balbettante destituì e fece arrestare il Capo del Governo Mussolini. Nominò al suo posto il maresciallo Badoglio. In quei 45 giorni pieni di ambiguità e indecisione si consentì alle armate tedesche di varcare i passi alpini ed occupare tutto il nostro Paese. Hitler liberò Mussolini e lo insediò a capo della Repubblica di Salò.
Il re abbandonò Roma per rifugiarsi a Pescara. L’Italia si divise profondamente, fisicamente e politicamente: un re, un primo ministro di nomina reale, un capo di stato di nomina hitleriana, l’esercito alleato che sbarcava in Sicilia e che cominciava la lunga guerra di risalita della nostra Penisola. In quel frangente furono in molti a dover decidere con chi stare, cittadini e militari. Per i militari che rifiutarono l’adesione alla Repubblica di Salò e al fascismo, ci fu la deportazione nei campi di concentramento tedeschi, ci fu la morte immediata in combattimento o per fucilazione come per la Divisione Acqui di Cefalonia, ed altri terribili esempi, ci fu la fuga ed il reclutamento fra i gruppi partigiani storici che già operavano. Infine, ci fu per altri l’arruolamento nel Corpo Italiano di Liberazione aggregato alle forze mondiali alleate contro il nazifascismo. Badoglio in quel momento era il legittimo e legale rappresentante dello Stato Italiano, seppur di nomina sabauda non certo neutrale verso il ventennio fascista. Molti civili rifiutarono la chiamata alle armi della Repubblica di Salò, il cui capo era stato destituito da primo ministro del Governo italiano ed insediato da una potenza straniera seppur fino a qualche mese prima alleata. Molti si dettero alla macchia, altri cercarono i gruppi di azione partigiana e combatterono per liberare il Paese, per una nuova Italia. Molti furono fucilati come renitenti alla leva, una leva illegittima. Altri aderirono e decisero di battersi al fianco dei tedeschi e di un capo fascista che non aveva più nessuna autorità istituzionale. Combatterono, per scelta, a favore dell’ideologia della dittatura nazifascista. È per questo che quelle scelte, ancora oggi, non possono essere poste sullo stesso piano, pur nell’umana pietà che si deve a ogni defunto.

Carità e pietà sì!

Giustificazionismo su uguali motivazioni morali ed ideali certamente no!

Senza odio, né rancore per

QUESTO VOGLIAMO RICORDARE

senza creazione di miti, senza demagogia, senza sollecitazioni epidermiche, senza umiliazioni. Ricordare è un modo per reagire alla più pericolosa delle tendenze: quella che rimuove e nasconde la realtà. Quella che sottovaluta il pericolo della dispersione, voluta e progettata, di tanti piccoli semi di senape nei campi non coltivati dalla cultura democratica. Il ricordo non si limita a dare ragione ai valori della lotta partigiana (condotta dalle Brigate garibaldine, Giustizia e Libertà,  Mazzini, Matteotti, Fiamme Verdi) alla conquista di libertà, di tolleranza, di civiltà, di scelte di campo che quei valori hanno consentito, ma, anche a riflettere, a metterci in discussione, a capire ciò che in tutti questi travagliati anni si è succeduto, a percepire il futuro. Per evitare la ripetizione di autentiche paure, per evitare il riprodursi di uno sciagurato passato che la storia ha già giudicato in tutte le sue pieghe,  è necessario, è indispensabile questo continuo ritorno della memoria, questo continuo viaggio della mente e della ragione fra passato e presente, fra passato remoto e futuro imminente. Il passato è sempre con noi, la sua sorte dipende dalla decisione del presente di rimuoverlo o di assumerlo. La mancanza di memoria cancella ogni possibilità di orizzonte, toglie il fondamento dell’attualità della nostra vita e rende possibili inammissibili affermazioni come quelle che vogliono dare fondamenta nuove ad un presente che pare non averne più di proprie. Questo tentativo mi sembra sprezzante, inammissibile e politicamente primordiale. Solo Dio può vivere in un eterno presente. La Resistenza è stata il perno morale e ideale di una lotta che ha messo nelle mani degli Italiani la possibilità di costruire il proprio destino. Prima con il referendum Repubblica/monarchia e poi con un’Assemblea costituente che ha prodotto quel documento unificatore con il cui viatico abbiamo attraversato la guerra fredda, siamo cresciuti, abbiamo cambiato pelle. Il Paese ha vissuto cambiamenti senza precedenti nella sua struttura ed è salito nel novero ristretto delle nazioni più industrializzate. Da Paese di emigranti in cerca di lavoro ed in fuga dalla povertà siamo diventati porto di arrivo di immigrati che scappano da miserie secolari, da guerre, da dittature. La Costituzione ha consentito e accompagnato l’evoluzione dell’Italia nella libertà, nello stato di diritto, nella giustizia. Ma siamo passati attraverso prove severe in questi ultimi 67 anni! Fino ad oggi, il vaccino antiautoritario, in essa contenuto, ha sempre aiutato le Istituzioni a mantenersi salde e unite nell’impegno di salvaguardare

-          la democrazia

-           la libertà e il futuro del Paese

-          e la speranza, comunque, di riuscire a migliorarsi e mantenere integro e robusto il sentimento di identificazione comunitario dei nostri cittadini.

PER QUESTO VOGLIAMO RICORDARE

Perché negli ultimi anni stiamo assistendo ad un progressivo avvelenamento dei rapporti sociali, ad un diffuso attacco al mondo dei diritti della persona e alla dignità del lavoro, all’aumento esagerato della diseguaglianza economica fra ricchi e poveri, dove la ricchezza è diventata intoccabile come nella società del medioevo. Assistiamo quotidianamente all’affermarsi di comportamenti che non cercano la qualità della convivenza, ma la oltraggiano fino a metter in discussione la stessa democrazia. Sappiamo bene, infatti, che essa ha difficoltà a sopravvivere in una società in cui si disprezza

-          la politica,

-           la gestione del bene comune,

-          la partecipazione democratica dei cittadini,

-          e in cui non si avverte più come necessaria nessuna convergenza comunitaria e dove gli interessi prevalgono su tutto.

Sono anni in cui molti italiani si sentono autorizzati e incoraggiati a far uso di espressioni violente, volgari, offensive dell’altro e a disprezzare qualsiasi regola magari ispirandosi ad esempi di chi occupa posizioni di rilievo, non ci si ascolta più, ma ci si urla contro sopraffacendo con il dileggio, gli schiamazzi e le grida, la sostanza della riflessione e dei ragionamenti. Sono tutti atteggiamenti che erodono lentamente le basi del civile vivere comune.

NOI NON DIMENTICHIAMO

che questo è già avvenuto nella nostra storia.

PER NON DIMENTICARE

Vogliamo ricordare il debito di onore

di sangue

di civiltà

di riconoscenza

che dobbiamo alla Lotta di Liberazione e agli eserciti alleati:

-          per lo Stato Repubblicano che ha contribuito a fondare

-          per la società libera che ha consegnato alle nostre generazioni

-          per i principi di giustizia e di equità sociale che ci ha trasmesso

-          per l’affermazione che in politica non deve mai prevalere l’odio per l’avversario

-          per l’insegnamento che a ogni generazione spetta la sua fatica

Tocca a noi, oggi, riscattare

-          il senso alto e l’idealità della politica;

-          l’etica democratica della nostra Costituzione;

-          i valori morali a cui ci si deve ispirare nella gestione della cosa pubblica;

-          il prevalere della cultura sulla forza

-          la dignità della vita di ogni persona

NOI NON LO DIMENTICHIAMO. E NON LO VOGLIAMO DIMENTICARE

Desidero concludere con un istintivo attualissimo e profondo ringraziamento alla Rappresentanza del Reggimento King’s Royal Hussars, a tutti i caduti ed a tutti quelli che rivivono in questa piazza nella nostra memoria.

Grazie, grazie, grazie

Viva la Pace

Viva la Costituzione

Viva l’Italia libera e giusta

Viva la Repubblica democratica fondata sul lavoro

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